Flussi di idee e responsabilità nell’innovazione

Uno sguardo all’Europa

Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto di intelligenza. Pertanto, chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo della ricchezza

Carlo Cattaneo

Il flusso delle idee, se guardato in prospettiva storica, non è mai stato più intenso di oggi. Nel suo piccolo, anche l’articolo che state leggendo, circolante online, lo testimonia: i pensieri si traducono in parole, le parole viaggiano sui bit, la rete le rende mobili, veloci, capaci di arrivare ovunque.

Qui ci interessa ragionare sul legame tra flussi di idee e loro conseguenze e, in particolare, sul modo in cui i flussi del sapere incontrano quelli dell’innovazione. La citazione di Cattaneo – tra i più vivaci pensatori dell’Ottocento repubblicano e federalista, riscoperto in anni recenti per l’attualità della sua opera – serve a ricordare che il tema è rilevante, perchè «Chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo della ricchezza».

Quale perimetro ci interessa? Scegliamo l’Europa. Questa grande regione del mondo si definisce, spesso, proprio a partire dal suo rapporto tra libertà di pensare e capacità di convivere liberamente. Per secoli ciò ha animato – spesso illuso – intere generazioni. Lucien Febvre, nelle sue lezioni su Europa. Storia di una civiltà (1945), scriveva:

QuestEuropa seducente, quest’Europa prestigiosa, quest’Europa plausibile, era diventata dalla fine del secolo XVIII una chimera, un sogno, un miraggio. Gli uomini che ne avevano incarnato l’idea avevano avuto la fortuna di vivere in un tempo in cui l’Europa, al di sopra degli stati, al di sopra delle frontiere, degli eserciti delle diplomazie () era il linguaggio comune e la frequentazione quotidiana di uomini coltivati. Questi uomini vivevano in un tempo in cui, al di sopra di tutte le realtà, esisteva unaltra realtà: l’unità, la fratellanza, l’intesa profonda degli spiriti liberi che parlavano la stessa lingua, leggevano gli stessi libri e li scrivevano, agitavano gli stessi pensieri, concepivano gli stessi progetti.

() Gli imperatori e le imperatrici di un tempo prodigo di grandi donne come di grandi uomini, da Federico II a Giuseppe II, da Caterina di Russia a Maria Teresa d’Austria, parlavano anchessi il linguaggio dei popoli; quei re e quelle regine che conducevano tutto il gioco delle forze politiche, che maneggiavano le forze materiali, agitavano gli stessi pensieri dei filosofi, dei cittadini dell’Europa dei lumi. E quei re e quelle regine non chiedevano a quei filosofi soltanto di pensare, non chiedevano soltanto di rifornire di idee i loro spiriti. Chiedevano loro di più, delle costituzioni, dei progetti di riforma dei loro Stati. 

Si trattava di un’illusione, e nel XIX secolo l’ascesa delle nazioni e dei nazionalismi lo avrebbe dimostrato. Ma questa lunga digressione storica è necessaria a ribadire il rapporto tra flussi di idee, cambiamenti e nuove responsabilità che ne conseguono.

Parliamo di Europa perchè qui, nelle istituzioni di diversi livelli, si è diffuso il concetto di Responsible Research and Innovation (nel gergo della commissione RRI). Le opportunità dischiuse dalle ondate di innovazione, a cominciare dalle tecnoscienze – biotecnologie, nanotecnologie, neuroscienze, robotica, Big Data – generano infatti attese, ma anche paure.

Tre esempi: nel 2002 Fukuyama, nel libro L’uomo oltre l’uomo, ragionava sull’impatto sociale e storico delle biotecnologie, richiamando due opere precedenti e ben note: Il Mondo Nuovo (1932, Huxley) e 1984 (scritto nel 1948 da Orwell). Due visioni inquietanti del futuro, due letture apocalittiche dell’innovazione, la cui emersione è un fatto storico che fa i conti con la paura di reinventare, nell’ambito delle relazioni sociali e, quindi, politiche.

Ecco allora emergere la domanda di meccanismi trasparenti per coinvolgere i cittadini nelle decisioni tra scienza e società, per «evitare blocchi ingiustificabili all’innovazione, la stigmatizzazione delle nuove tecnologie o creare barriere allo sviluppo di prodotti innovativi»1, spingendo a un «crescente impegno delle istituzioni politiche al più alto livello per lasciare spazio alla voce dei cittadini sulle decisioni che influiscono sulle loro vite e per coinvolgerli nel rendere i governi più responsivi e responsabili»2.

Così il concetto di Responsible Innovation è divenuto cardine nelle politiche della ricerca e dell’innovazione dell’UE. Horizon 2020 vi dedica intere linee di finanziamento (Science with and for society) e le mette in collegamento con le tre “O” del commissario europeo Moedas: Open Innovation, Open Science, Open to the World. Allo stesso tempo, i bandi europei insistono sui profili etici e sociali di – per esempio – Internet of Things, Intelligenza artificiale e Citizen Science in ambito sanitario.

Insomma, quando i flussi di conoscenza incontrano un potere attuativo, l’innovazione diventa realizzazione dellimprobabile, difficile da regolamentare ex ante. Eppure abbiamo tra le mani, se il cattaneano «circolo delle idee» resterà aperto, esempi di come l’innovazione e l’ingegno sappiano cercare risposte a domande anch’esse inedite: c’è l’algoritmo sempre più inteso come automatismo irresponsabile (flussi di decisioni prese sulla base, appunto, di automatismi così sofisticati che sembrano sfuggire al nostro controllo), ma poi emerge l’antidoto nel concetto di blockchain, un altro flusso – una catena di relazioni digitali – a garanzia della fiducia quando le transazioni si fanno copiosissime e automatiche3.

Scopo di una società vivace e colta è alimentare il coraggio della creatività istituzionale, la sua capacità di far propri gli anticorpi di fronte a paure in parte nuove. Certo, un orizzonte ancora da guadagnare, se non per risolvere almeno per bilanciare le tensioni che caratterizzano l’innovazione, come quelle tra locale e globale e tra saperi specialistici e saperi diffusi. Possiamo dire di aver mosso solo i primi passi.

Note
1. Memorandum: Principles for regulation and oversight of emerging technologies, Holdren et al., 2011
2. Democratising Engagement: What the U.K. can learn from international experience, Cornwall, A., 2008
3. Alessandro Scoscia nel sito di Fondazione Giannino Bassetti: http://www.fondazionebassetti.org/it/focus/2017/09/blockchain_la_tempesta_in_inte.html

Francesco Samoré

Milanese, ha 41 anni. Laureato in Storia economica nel 2005, avvia una collaborazione con il Centro per la cultura d’impresa e scrive libri e articoli sulla struttura dell'economia italiana contemporanea. Conseguito nel 2009 il dottorato di ricerca in Storia dell'impresa e finanza aziendale, collabora con Globus et Locus e poi, nel 2011, assume la direzione scientifica di Fondazione Giannino Bassetti. La Fondazione, nata nel 1994, ha per mission la promozione dell’esercizio responsabile dell'innovazione in ambito nazionale ed internazionale.